Pubblicato da: verhojansk | 9 febbraio 2012

Fine… o Inizio, a seconda dei punti di vista

Come molti di voi già sapranno da voci di corridoio, questo blog si ferma qui. Ciò che è fatto ormai è fatto, gli articoli resteranno questi che sn stato in grado di produrre negli ultimi sei anni (tanti eh?…). Come già dissi in qualche post passato, la vita è fatta di capitoli; era tempo di iniziarne uno nuovo, che dunque meritava anche un nuovo layout.
Desidero ringraziare tutti quelli che in qualche modo hanno seguito la (lenta) evoluzione di questo blog nel corso degli anni. Quando uno scrive a volte lo fa soltanto per se stesso, per mettere nero su bianco (come dice un trito detto popolare) i propri pensieri, un po’ d’ordine nel disordine quotidiano. A volte però si scrive pensando che qualcuno lo legga, e che magari si interessi e forse si affezioni. A quelli che sono arrivati a questo punto grazie davvero. Beh, anche se quelli che hanno frequentato queste pagine si contano sulle dita della mano, meglio pochi ma buoni (come disse il mio stimatissimo prof. Pietro M. )
Dunque, giacché siamo in vena di luoghi comuni, diciamo che il viaggio finisce qui, ma inizia altrove, e più precisamente al seguente indirizzo:

http://flammantia.wordpress.com/

Il nuovo blog ancora è in una fase di costruzione, dunque questa sarà l’unica vostra occasione per dare qualche suggerimento sul layout, per criticare e stroncare il poco che ho fatto e contribuire alle prossime cose che farò.
Che dire di più?? Ci vediamo di là.

Pubblicato da: verhojansk | 15 gennaio 2012

Conclusione

Ultimo giorno a pisa. In effetti sapevo da molto che sarebbe arrivato, ma non so ugualmente cosa dire. Penso che inizierò a realizzare solo quando dormirò nel nuovo mondo e non vedrò più queste confortevoli mura. Come sembrano strane tali parole riferite a questa fortezza Bastiani, però adesso mi pare quasi uno scempio dover andar via.  Nel nuovo mondo dovrò ritrovare i miei spazi, ricreare i loca mentis, trovare il modo di camminare passo-passo. Quante cose mi vengono da pensare, e mi domando sempre se avrei potuto vivere meglio questi anni pisani, con la malinconica sensazione che in effetti avrei potuto… Poi ci penso meglio, e ricordo di quando non avevo tempo per nulla, soffocato da lezioni e dall’oscillazione settimanale: solo questi ultimi due anni e mezzo ho avuto meno impegni, e comunque avevo imparato a gestirli meglio, cosa che ovviamente non potevo già saper fare all’inizio.
Quindi direi che alla fine di tutto resta soltanto il tempo che è passato e le cose consumate in questi anni: i pasti a mensa, i vecchi libri e quaderni d’appunti, vestiti e oggetti, e poi amori, pianti, sensazioni e situazioni vissute, tutto consumato e ormai gettato nello stesso calderone di ricordi. Un calderone a cui potrò attingere con un sospiro e un sorriso nel nuovo mondo dove ripartirò da zero.
Concludo con una poesia di J.R.R. Tolkien sui tempi che vanno…

I sit beside the fire
And think of all that I have seen
of meadow flowers and butterflies
in summers that have been,
of yellow leaves and gossamer
in autumns that there were
with morning mist and silver sun
and wind upon my hair.

I sit beside the fire
and think of  how the world will be
when winter comes without a spring
that I shall ever see,
for still there are so many things
that I have never seen
in every wood in every spring
there is a different green

I sit beside the fire
and think of people long ago
and people who will see a world
that I shall never know.
But all the while I sit and think
of times there were before
I listen for returning feet
and voices at the door.

 

Pubblicato da: verhojansk | 22 settembre 2011

La tundra della vita

Liberamente tratto da un racconto di Jack London

Camminavano nella tundra, barcollanti, con pesanti sacchi sulla schiena. Un passo dopo l’altro attraversavano quella distesa di prato e acqua, nell’assoluta indifferenza della silenziosa natura circostante. I due uomini ritornavano da una spedizione alla ricerca dell’oro, soltanto quelle terre solitarie e sconfinate li separavano dalla vita che avevano sempre sognato. Soltanto questo li spingeva a camminare e camminare ancora.
I giorni si alternavano faticosi. Il sole solcava il cielo opalino senza nessun calore e cedeva il posto alla notte, alle innumerevoli lucenti stelle ancora più alte, fredde e inquietanti; eppure ogni giorno l’orizzonte restava sempre una linea di bassi rilievi dispersi nella foschia, un fiume dopo l’altro, una vallata dopo l’altra. 
Le razioni ormai erano finite, la fame mordeva acuta, ma dovevano per forza andare avanti: andare avanti o morire di stenti nella tundra. La stanchezza rendeva i loro passi sempre più incerti, ma non li distoglieva dalla loro marcia verso la meta, unico pensiero che gli dava ancora la forza di tenersi in piedi.
Mentre attraversavano l’ennesimo torrente, accadde tutto in un attimo: uno di loro scivolò sui sassi viscidi e una fitta di dolore si irradiò dalla caviglia, per nulla attutita dall’acqua gelida.
– Ehi, Bill,  mi sono slogato una caviglia! – Disse a denti stretti.
Ma l’altro non si fermò, non si voltò. Continuò ad attraversare il torrente.
– Bill! Aspetta Bill! – Gridò ancora quello rimasto indietro.
Bill giunse sull’altra sponda, non accennò a fermarsi. Chino sotto il peso del suo sacco, ma senza mai guardare indietro risalì il pendio, lentamente, inesorabilmente, mentre l’altro lo guardava ammutolito. Infine Bill arrivò sul crino, lo oltrepassò e scomparve dalla vista.
– Ehi, Bill! –
L’uomo rimasto indietro sussurrò ancora una volta il nome del compagno, incredulo, volendo a tutti i costi pensare a uno scherzo. Il dolore era lancinante, ma doveva proseguire. Usò il fucile come stampella e si trascinò a fatica fuori dal torrente, ma il dolore e la stanchezza gli impedirono di risalire il seguente pendio.
Il giorno intanto avanzava indifferente, appannato dalla foschia e da un sole velato. L’uomo rimasto sulla sponda doveva combattere con il dolore e la fame, ma adesso anche con una nuova terrificante sensazione di paura: il pensiero d’essere solo nella tundra sconfinata, in quella natura selvaggia e spietata. Fasciò la caviglia trattenendo un gemito di dolore, spostò il peso del sacco solo sulla gamba sana e iniziò a risalire il pendio; lentamente, fermandosi più volte, confortato soltanto dal pensiero di quanto avrebbe potuto essere dolce la fine di quelle sofferenze.
Quando arrivò in cima, davanti a lui si aprì una distesa immensa di pianura, che all’orizzonte sfumava nella foschia a una distanza che sembrava infinita. Di Bill non c’era più traccia.
La solitudine lo schiacciò come una mano gigantesca.

Pubblicato da: verhojansk | 25 giugno 2011

Apologia dei cartoni animati

La stanzetta buia era appena illuminata dal piccolo monitor acceso, di fronte al quale Socrate, con espressionaria bonaria e vagamente sorridente, stava guardando i cartoni animati. Timone, il suo fedele servitore, entrò portando un vassoio con due tazze di te; mentre lo posava sul tavolino accanto alla poltrona,  sorrise e scosse il capo paternalmente vedendo ciò che stava attirando tanto intensamente l’attenzione di Socrate.
– Avverto nella tua espressione una certa nota di biasimo, oh Timone. – Disse placidamente Socrate senza staccare lo sguardo dal monitor – Se hai delle perplessità, ti prego, parlane e vediamo di chiarirle. –
– Non vorrei offenderti, oh Socrate. Il fatto è che sono cartoni animati… Non capisco perché uno saggio e sapiente come te debba perdere tempo guardando i cartoni piuttosto che dedicarlo a più alte e nobili questioni, oppure ad attività meno infantili. –
– Ci sono molteplici motivi, Timone. Ti prego, siedi qui e discorriamo, cerchiamo di capire insieme se per un sapiente è da disprezzare una cosa così infantile come i cartoni animati. –
Timone sedette e iniziarono a sorseggiare il te. Socrate sorbì la bevanda con gusto e in silenzio, infine disse:
– Innanzi tutto, oh fedele Timone, c’è da domandarsi perché, avendo del tempo da perdere su internet, guardare i cartoni sarebbe più spregevole che guardare filmati comici, o video musicali su youtube, o le notizie sportive o leggere i blog della gente; se si tratta di perdere tempo per rilassarsi un pochino davanti al monitor, tutti gli espedienti sono ugualmente leciti, anche i cartoni animati.  Non ne convieni? –
– Certamente ognuno può perdere tempo come preferisce. Tuttavia perché proprio i cartoni animati? –
– E perché no? –
– Gli adulti non guardano certe cose, Socrate; ho sentito la gente mormorare parecchio per questa tua attività, la disprezzano e la considerano un capriccio infantile. Dicono che tu non voglia accettare l’età avanzata, e che per sentirti sempre bambino ricorri a questi ridicoli espedienti. –
Socrate sorrise e disse:
– Sai che del parere di tutta la gente non c’è da tener conto. A me interessa il parere dei miei amici, come te. Per questo motivo siamo qui a discuterne. So che gli adulti guardano altre cose, mio fidatissimo Timone, e c’è da chiedersi cosa sia più depravante… Ad ogni modo non vogliamo giudicare le altre attività, ma soltanto discutere se per un saggio possa essere utile o no guardare i cartoni animati. –
– Si, questo era il nostro proposito. –
– Allora vediamo di scoprirlo. Prima di tutto c’è da dire che ci sono diversi tipi di cartoni animati, a seconda del target a cui sono rivolti: ci sono quelli per bambini dell’asilo o per gli adolescenti fino alla maggiore età. Concentriamo l’attenzione su questi ultimi. –
– Va bene, oh Socrate. –
– Tra questi ci sono molti cartoni animati che fanno uso di storie e situazioni complesse, anche a livello emotivo. Infatti devi tener presente che tutti i cartoni animati sono comunque pensati e scritti da adulti, quindi guardando con attenzione vi si può leggere il modo di pensare di chi l’ha ideato con tutto il suo background culturale. Non è forse questo qualcosa da valutare positivamente? –
– Ciò ha i suoi aspetti positivi. Ma mi domando se sia possibile: il cartone è scritto sì dagli adulti, ma è pensato per divertire e piacere agli adolescenti, quindi le storie sorvolano su moltissimi aspetti che sarebbero presenti nella realtà, sono molto meno dettagliate anche di ciò che si vede nei film e telefilm. –
– Ovviamente permane una certa semplificazione rispetto alla realtà, o anche a quello che di solito si vede nei film (per quanto io trovi molti film davvero più scadenti di alcuni cartoni animati). Ma la semplicità è forse un motivo per sminuirli? L’adolescenza è l’età in cui matura l’ossatura caratteriale che renderà adulti, in cui il mondo inizia a dischiudersi davanti agli occhi liberando la fantasia; a questa età tutti sognano di realizzare grandi cose nella vita.
Per questo motivo i cuori degli adolescenti sono più suscettibili ai grandi sogni e ai grandi ideali. E’ appunto lo stimolo a questo che cercano, e che puntualmente viene fornito nei cartoni animati a loro rivolti. Dunque al di là delle scene d’azione, che costituiscono comunque uno svago anche per gli adulti, è la tensione emotiva alle grandi passioni che si deve cercare in questo tipo di cartoni animati. –
– Penso di non aver afferrato bene, oh Socrate. –
– Ciò che intendo dire, fidatissimo e saggio Timone, è che da adulti siamo continuamente oberati dalle difficoltà quotidiane, dalle bassezze che la società impone, dalla durezza della vita. Persi in questo vortice, siamo portati a dimenticare i sogni e gli ideali che rendono grande l’uomo, e dunque vivere una vita grama, troppo impegnata a strisciare per terra per sollevare lo sguardo al cielo, e di cui in fondo a fine di ogni singola giornata ci lamentiamo. Non è forse così? –
– Ben puoi dirlo, Socrate. Ma in che modo i cartoni animati ci consolano da questo? –
– Vedi, oh Timone, i personaggi dei cartoni, nella loro semplicità, sono simboli delle più nobili virtù umane: il coraggio di affrontare i pericoli e i malvagi per difendere i loro amici o i loro ideali, la costanza di non arrendersi mai e lottare anche quando tutto pare disperato, la forza di volontà per iniziare sempre da capo, finché la storia andrà avanti. Non sono cose queste di cui si ha molto bisogno nella vita reale? –
– Mi pare di sì, oh Socrate. –
– Dunque se guardare un cartone animato può farci ricordare che esistono questi ideali, che la nostra felicità dipende da quanto noi ci impegnamo per ottenerla, perché rinunciarvi, prima di uscire ad affrontare la vita reale? –
– In effetti non dobbiamo rinunciarvi a priori, oh Socrate. Se guardare un cartone animato può ricordarci questo, mi pare proprio una cosa da non sottovalutare. –
– E’ così, savio e stimatissimo Timone. –
– Però vorrei approfondire il discorso sulla felicità, l’ultima frase che hai detto in proposito… –
– Va bene, intelligentissimo e accorto Timone, però adesso converrai con me di guardare un cartone animato. –
– Certamente, oh Socrate. –
– Parleremo della felicità un’altra volta. Adesso guardiamo i cartoni animati. –

Pubblicato da: verhojansk | 23 aprile 2011

Del Generale Riose

Per chi non avesse dimestichezza con il Ciclo della Fondazione di Asimov riepilogo brevemente la storia dietro questo personaggio: l’Impero Galattico è in piena decadenza, sempre più stretto intorno alla sua capitale, mentre una nuova potenza sta sorgendo ai bordi della galassia, chiamata la Fondazione. La sua ascesa non è soltanto frutto della rinnovata tecnologia e dell’intraprendenza dei suoi uomini, ma anche e soprattutto della Psicostoria, la scienza in grado di predire matematicamente il futuro della storia umana. A crearla era stato Hari Seldon, l’ultimo grande scienziato dell’Impero, il quale, accortosi della sua inarrestabile decadenza e della barbarie che ne sarebbe seguita, organizzò la Fondazione in modo che essa un giorno potesse sostituirsi al vecchio Impero e ridurre il periodo d’oscurità futuro. Tutto era scritto nelle complicatissime equazioni della Psicostoria, le quali, anche se nessuno più nella galassia poteva capirle, avevano continuato a predire per secoli i successi e l’ascesa della Fondazione e il declino dell’Impero, fino al momento del loro scontro diretto.
Bel Riose è l’ultimo forte generale dell’Impero. Malgrado la giovane età, incarna tutte le virtù eroiche del passato: è uno stratega senza eguali, caparbio e risoluto, affascina le masse (e le donne in particolare) e dedica tutto se stesso alla causa dell’Impero; ha un grande ascendente sui suoi soldati, che sarebbero disposti a morire per lui, ed è un romantico nel vero senso della parola. 
Cercando notizie sul suo nemico, la Fondazione, viene a sapere della Psicostoria e dell’ineluttabile destino che aspetta l’Impero, ovvero il declino e la caduta, a prescindere da cosa lui, l’imperatore o chiunque altro decidano di fare. Eppure, nonostante tutto l’universo e il destino stesso siano contro di lui, decide di combattere.
Dunque il Generale Riose è un personaggio forte, che continua a lottare per quello in cui crede nonostante sia destinato alla sconfitta. E’ un vero peccato che nel grande ciclo asimoviano non occupi molto spazio e soprattutto non si parli direttamente della sua fine tragica e ingloriosa (che ometto, altrimenti vi rovinerei il libro, posto che un giorno decidiate di leggerlo).
Ad ogni modo in lui rivedo il titanismo che tanto mi affascina in letteratura e che invece nello stile di vita del mondo reale mi è tanto estraneo. Perché perdere su tutti i fronti, quando si può scendere a compromessi? Forse che è preferibile essere sconfitto piuttosto che fare compromessi su se stessi? Non lo so.  So soltanto che ammiro il Generale Riose e tutti quelli come lui, per quanto io ne sia distante.

Pubblicato da: verhojansk | 6 febbraio 2011

L’Orologiaio

La storia è stata spostata per comodità nella pagina relativa.
Avvertenza: questa storia non ha senso, e forse nemmeno un finale (anzi, di sicuro non l’avrà se non riceverò pressanti insistenze per scriverlo)

Pubblicato da: verhojansk | 30 dicembre 2010

Il mito di Aulë

Tra le molte bellissime storie narrate nel Silmarillion, vorrei parlarne di una in particolare , non certo tra le più note e appariscenti. Si tratta del mito di Aulë. Non ho il testo sotto mano, ma vorrei raccontarlo lo stesso come lo ricordo al momento; coloro che l’hanno letto vogliano perdonare le imprecisioni o le semplificazioni introdotte per spiegare in poche parole a chi non ne conosce i contenuti.
Aulë era l’artefice di Arda (il Mondo), colui che innalzò e scolpì le montagne, disegnò le coste, creò le rocce, i metalli, le pietre preziose, insomma lo spirito (Ainur) a cui Dio (Ilùvatar) concesse il potere di dar forma alla materia. Subito dopo la creazione del mondo, Aulë viveva insieme agli altri Ainur nelle terre imperiture. Loro compito era preparare le terre in vista dell’arrivo su Arda dei così detti Figli di Ilùvatar, cioè elfi e uomini; era un evento molto atteso, ma nessuno di loro sapeva né dove né quando sarebbe avvenuto, eppure erano entusiasti e curiosi di vedere le creature  viventi di Ilùvatar.
Aulë in particolare era talmente impaziente di vederle e così pieno d’amore per loro, che decise di provare a crearne lui stesso. Così si ritirò sotto una montagna e plasmò i nani, di cui molto si compiacque. Tuttavia Ilùvatar dall’alto lo vide e lo rimproverò: per quale motivo si arrogava il diritto di creare esseri viventi, lui che non ne aveva le facoltà? Infatti gli fece notare che i nani che aveva creato si muovevano soltanto quando lui pensava che dovessero muoversi, erano come fantocci guidati dalla sua mente, non avevano vita propria. Ciò che aveva vanamente tentato era stato un atto di superbia.
Aulë si rese conto dell’errore e si vergognò. Chiese perdono a Ilùvatar, dicendo che era stato mosso dall’amore per i suoi Figli venturi, dal desiderio di insegnarli tutto ciò che sapeva e condividere con loro le meraviglie che aveva plasmato. Ma si era avveduto che così facendo aveva trasgredito. Dunque offrì a Ilùvatar le sue creature, rimettendosi alla sua volontà. E così sollevò il martello per distruggerle, e pianse.
Ma Ilùvatar lo fermò: gli disse che aveva accettato la sua offerta nel momento stesso in cui si era reso conto dell’errore, chiedendo perdono. Dunque lo invitò a guardare le sue creature, ed ecco che queste avevano preso vita propria, e infatti si erano ritratte spaventate di fronte al suo martello. Poi Ilùvatar gli disse che avrebbe considerato suoi Figli anche i nani, all’unica condizione che si manifestassero nel mondo secondo i tempi da lui prestabiliti. 
Ecco, questo breve riassunto non rende giustizia alla narrazione, che vi posso assicurare è bellissima; ma spero di aver reso i sentimenti, come il pianto dell’artefice per le sue creature. Sì, anche questo è amare. 
Riconosco che sono davvero miserabile, se, non riuscendo a trovare un’altra persona da amare, riverso questo sentimento verso le mie creazioni, letterarie o scientifiche che siano. Però posso assicurare che è un sentimento molto bello da provare; forse perché la facoltà di inventare, dar forma a qualcosa che prima non esisteva se non al di fuori della propria immaginazione, è una di quelle che più ci distingue e nobilita.

Pubblicato da: verhojansk | 18 dicembre 2010

Era Glaciale

Ieri una bufera di neve si è abbattuta su Pisa. Traffico in tilt, niente taxi, niente autobus. E’ stata un’avventura solo l’andare alla stazione per appurare che il treno di ritorno era stato cancellato. Quindi mio malgrado sono rimasto qui, nella città innevata e abbandonata dagli altri studenti (quelli che hanno potuto).
Ora sono qui in questa ghiacciaia di casa, tremolando con i guanti e cantando a squarciagola per riscaldarmi, in attesa di riprendere il lavoro. Con questo freddo umido anche la ventola del computer geme penosa.
Stamani sono uscito per le provviste per i prossimi giorni, i lunghi giorni di tenebre e d’era glaciale. L’ambiente era surreale: la neve si era tramutata in ghiaccio. A ogni passo era come camminare sulla banchisa, tra cupi scricchiolii e il rischio di finire per terra. A parte il paesaggio improvvisamente tinto di bianco, bello perché insolito, non c’è nulla di buono. Già ieri, mentre camminavo sotto la neve cadente, guardavo con insofferenza quelli che gioivano giocando a pallate; magari fossero gli stessi che poi hanno atteso vanamente due ore sui binari della stazione.
Da parte mia ho accolto con distacco la nevicata e ho accettato questo esilio glaciale come una prova interessante da superare. Così eccomi qui immerso nel gelo e nei pensieri. Tutto è silenzio adesso. Non c’è nessuno nel palazzo. Scrivo e mi fanno male le dita, mi soffio il naso.
In fondo quest’era glaciale è soltanto la trasposizione fisica di un esilio che prima di tutto era mentale. Ma perché ho scelto l’esilio? Perché ieri non ho aspettato un altro treno alla stazione? Forse per punire me stesso, o per protestare contro il mondo crudele. Oppure per contemplare nella solitudine questo freddo e monotono candore e il cielo terso e gelido.
Non importa. Nessuna domanda ha senso. Migliaia di anni fa l’uomo era alle prese con l’ultima glaciazione, il Wurm: il ghiaccio perenne dei poli arrivava alla Germania. Immagino il clima rigido, il freddo a stare in ripari di fortuna o nelle grotte, animali affamati per niente intimoriti dall’uomo, la fame implacabile, nessuno a cui chiedere aiuto, cibo, sostegno. La struggente bellezza e brutalità dei paesaggi di natura incontaminata.
Eppure eccoci qui, noi suoi eredi. Peccato che non ci fosse nessuno a immortalare nella leggenda quell’eroismo. Forse solo questo ha senso. A ben vedere,  in 10000 anni sono cambiate le modalità, ma non la sostanza.

Pubblicato da: verhojansk | 26 ottobre 2010

Io ho paura

Io ho paura, sono debole, tremo. Il mondo là fuori è grande, sapete? L’universo ancora di più, immenso, forse infinito. Io sono una nullità, ma che si rende conto di tutto ciò, e che stenta a comprendere la grandezza che si svolge intorno. Di questo ho paura: l’ignoto, tutto ciò che è ignoto intorno a me. I sogni del passato, le trame del presente, le nebbie del futuro, tutte cose ignote. L’animo delle persone che siedono ora intorno a me, di tutte quelle che in questo istante, ovunque su questo pianeta, stanno respirando, o spirando, o respirando per la prima volta. Ignoti.
I protoni che si scontrano violentemente nel cuore delle stelle e producono l’energia e ci danno vita, le galassie che spiraleggiano nel cosmo, il quale sta macinando chilometri e chilometri al secondo. Irraggiungibili.
Io ho paura di non essere all’altezza per vivere tutto questo. Non si può stare a metà: o si vive ignorando qualsiasi cosa, o si dà un senso a tutto quanto. Tutto quanto. Ma io sto a metà. Sto davanti le flammantia moenia mundi, le guardo pietrificato, tremolante, ma non so vedere oltre. Le ammiro, ma rabbrividisco al loro pensiero.
Ma che cosa vorresti di diverso? Nulla. Soltanto, ho paura.

Pubblicato da: verhojansk | 29 settembre 2010

Riprendendo le fila

La vita è come un libro. E’ fatta di capitoli, che iniziano e finiscono, così come inizia e finisce l’intero libro. Ogni capitolo narra una storia a sé, che è seguito del precedente e prologo del successivo. Adesso mi sto chiedendo che cosa ho scritto in quest’ultimo capitolo lungo 6 anni. Certo, ancora non è finito, manca l’ultimo anno; ma ho già i brividi a ripensare agli inverni passati, ai viaggi fatti, alle mattine in facoltà, ai tanti loca mentis che mi hanno accompagnato, e soprattutto alle persone con cui ho condiviso questo capitolo.
Che cosa meravigliosa, e che grandezza si nasconde dietro ogni pagina di questo libro. Però mi rammarico, perché ho la sensazione di non riuscire ad afferrare questa grandezza, a non coglierne il senso. Ed è frustrante leggere un libro senza riuscire a capirlo. Figurarsi che qui addirittura, seguendo la metafora, il libro lo stiamo scrivendo noi. Dunque non riusciamo a capire cosa stiamo scrivendo? Da parte mia, se dovessi dare un titolo all’ultimo capitolo, lo intitolerei Il Disincanto.
Le pagine bianche successive invece sono completamente oscure. Chissà cosa ci scriverò?

Pubblicato da: verhojansk | 22 settembre 2010

Restart

 
Era un anno fa quando scrissi che il blog avrebbe chiuso i battenti. Adesso, dopo un breve intermezzo notturno, è tornato il tempo di ricominciare. Non so nemmeno io i motivi precisi che mi spingono nel profondo, o meglio, li conosco, ma non voglio nemmeno farli affiorare alla coscienza. Basti sapere che i motivi che mi indussero a decidere di interrompere, adesso non sussistono più, oppure sono passati e metabolizzati.
Questo ovviamene interesserà molto poco a quei pochi che (stento a capire perché) continuano a passare di qui. Ma se questo fosse un diario segreto, che soltanto il sottoscritto può leggere, probabilmente ce l’avrei scritto uguale, per coerenza.
Stasera per non rompere subito troppo le balle, la chiudo qui. Anche se vorrei scrivere tante di quelle cose da restare sveglio fino a domattina. Perché quando scrivo almeno non devo pensare a niente, e posso farlo da solo anche fossi l’ultimo povero cretino sulla faccia della terra. 
Pubblicato da: verhojansk | 7 febbraio 2010

Notturno

AVVISO: Si sconsiglia caldamente alle persone normali di mente di leggere questo intervento.
 
Tratto (previa sua autorizzazione) dal diario di un guerriero della notte.
 
“Iniziano presto le notti sdegnose, e l’alba non è mai troppo precoce. E’ una coperta d’oscurità, che ci libera dalle paure, ci riscalda, ci conforta. Lo senti quando ti avvolge il buio: una quiete rassicurante, un velo che ti isola da tutto ciò che ti circonda. Nulla ti può vedere, nulla ti può offendere. Anche la tua cecità è benvenuta quando serve a celare i mostri dentro di te.
Per questo adoriamo tanto le tenebre. Le adoriamo a tal punto che disdegnamo la luce, e sospiriamo con ansia al crepuscolo, antesignano della notte. Non è il male non conoscere, quanto piuttosto lo è conoscere. Guardarsi dentro e scovare il vuoto, guardarsi intorno e vedere la solitudine, udire questo silenzio agghiacciante dell’infimo nulla sconfinato, che s’erge dove dovrebbero crescere palazzi, statue e giardini incantati. No, la desolazione del vuoto è troppo roboante da sostenere, ed il livore morale per questa nullità è troppo atroce per non impazzire. No, molto meglio le tenebre, con il loro calore ed il loro manto protettivo per custodire le nostre ansie, le nostre paure, in uno scrigno indefinito di ignoto e oscurità.
L’altro giorno sono uscito in piena notte. Godevo, oh quanto godevo del buio del cielo, a strisciare nei vicoli in ombra, a serpeggiare in ogni tentacolo d’oscurità schivando la luce meschina. Ero solo, e godevo. La piazza scoppiava dalla debordante solitudine; eppure il buio la celava interamente, e per quanto ne so avrebbe anche potuto essere affollata. Non di luminari, non di eretici, o politici e di tutti quelli che si fanno chiamare genti normali, ma di altri come me. Non di genti che nella loro altezzosa e pomposa superbia non si rendono conto di quanto sono infimi e penosi a rincorrere una luce che non potranno mai avere, e che si piegano ad arrancare dietro quello che dice un non ben precisato senso comune pur di illudersi che il loro vuoto sia pieno, che il loro grigiore sia arcobaleno. Molto meglio noi, popolo della notte, che non vive d’incanti ed illusioni ma si adatta a vivere nell’ombra.”
 
Vai, guerriero, siamo tutti con te! 
Pubblicato da: verhojansk | 26 settembre 2009

Ultimo Post – Lettera Aperta

 
Sono circa due anni di questo blog. Non sto a spiegare perché, ma credo che sia arrivato il momento giusto per l’ultimo post. Non so se sia definitivo, di sicuro lo sarà per qualche mese. Questo intervento è tratto dal quaderno di un autore Anonimo, che bilancia in parte quello che c’è in precedenza, affinché sia scritto di entrambi i volti della realtà.
 
"Un ennesimo capitolo si è chiuso; davanti ne resta un altro, che per la prima volta si profila come un mare liscio, almeno fino al prossimo orizzonte. Ora siedo in questo parco, dove l’autogestione studentesca dà il meglio di sé: sì, il giardino non è propriamente "all’inglese", molti studiano giocando a scacchi o arrotolandosi canne, ma tutto è parte armoniosa del contesto, come i graffiti sui muri degli edifici. Qualcosa di diverso stonerebbe. Qui abbiamo preso a trascorrere le ore libere, sia per studiare, sia per condividere tra noi questi momenti così speciali: i giorni della Libertà e dell’Amicizia. Forse non ci rendiamo nemmeno conto di quanto siano speciali, come se fossero destinati a durare per sempre. La felicità che potrebbe darmi questo momento, quest’ambiente, questo bellissimo cielo azzurro, è incrinata dal pensiero che un giorno potrà non essere così, che la nostra compagnia potrà sciogliersi, che i giorni della Libertà e dell’Amicizia avranno termine.
Suonano le 10.00 di mattina, quieti rintocchi lontani lontani. Lo so, non dovrei ragionare così; dovrei godermi appieno questi momenti, anche a costo di far aumentare la nostalgia nel ricordarli. Ma non ha importanza, adesso, così come passa in secondo piano che là fuori questo mondo è brutale, che in tante case c’è tristezza, pianto e disperazione. Qui il mondo è bellissimo, e non posso far altro che amare. Sì, io amo: amo gli alberi di questo giardino, amo i raggi del sole che mi accarezzano la faccia, amo quel tipo solitario che studia sotto l’olmo, amo quella ragazza con il golfino rosa, amo quei due tipi laggiù che commentano leggendo il giornale, amo quelle ragazze di là che ridono parlando dei loro fatti d’amore. Amo questo maestoso cielo azzurro, e amo tutti voi, amici miei. So che là fuori non funziona così, ma vorrei dirlo lo stesso: questo sentimento è la cosa più bella che si possa mai provare."     
Pubblicato da: verhojansk | 16 settembre 2009

Volerò tra i fulmini…

 
 
 
Fuori è un tumulto di lampi e tuoni, che rombano per tutta la volta ottusi ed infuriati. E i subitanei bagliori tra le nuvole non fanno che rimarcare la collera che il cielo furioso scaglia contro di noi.
 
Pubblicato da: verhojansk | 15 settembre 2009

Abbraccio Letale

 
 
 
Questo è il destino.
Come questi rami, che si intrecciano e soffrono, il freddo, il vento, l’arsura.
Si fanno del male. Ma non possono e non vogliono slegarsi dall’abbraccio mortale.
Ormai sono in simbiosi. Una simbiosi malata, corrotta verso la distruzione.
Questa è la loro vita, questo è il loro destino.
 
Pubblicato da: verhojansk | 28 giugno 2009

Ozymandias

 
Gli sporadici lettori di questo blog avranno notato negli ultimi interventi una certa predominanza di tematiche sulla decadenza. Chissà perché, siete autorizzati a chiedervi. Lasciandovi con questo interrogativo (su cui scommetto che non dormirete la notte), aggiungo un altro tassello, che non poteva davvero mancare: è una bellissima poesia di Shelley su questo tema.
 
 
 ” Incontrai un viaggiatore che veniva via da una terra antica,
che mi disse: due grandi gambe di pietra, senza tronco,
stanno nel deserto. Lì vicino, sulla sabbia, 
mezzo sepolto, c’è un volto smangiato, ma le sue ciglia aggrottate
e il labbro corrugato, e il sorriso obliquo freddo di comando
dicono che il suo scultore lesse bene quelle passioni
che ancora sopravvivono, calcate sulla materia inerte,
alla mano che le finse e al cuore che le nutrì.
Sul piedistallo queste parole appaiono:
– il mio nome è Ozymandias, re dei re,
guardate le mie opere, voi Potenti, e piangete! –
Niente qui resta. Intorno alla decadenza
di questo colossale relitto, nude e sconfinate
le solitarie ed uniformi sabbie vanno stendendosi lontano.”
 
 
                                     

 
Pubblicato da: verhojansk | 11 maggio 2009

Storia dell’albero secco

L’albero secco viveva sull’orlo del mondo, da solo in un vaso di un maestoso e solare cortile di mattoni. Aveva luce ed acqua dal cielo, ma nonostante ciò si era seccato: il mondo era potente fuori del cortile, lui lo avvertiva. Non era né d’aiuto né di intralcio nel suo vaso, non mancava né era di troppo, semplicemente non aveva un ruolo nel grande plot che scorreva davanti a lui oltre il cortile di mattoni. Così era secco, tanto a nessuno importava. Così stette per molte stagioni, un tronco contorto con un intreccio di rami scheletriti, morto e senza vita, tramutato in un’opera d’arte moderna: albero secco in un vaso in un maestoso e solare cortile di mattoni. Così almeno appariva agli sporadici e più inquisitori viandanti davanti al cortile.
Improvvisamente però tutto cambiò: ad un’ennesima primavera, l’albero rifiorì per la prima volta, ed al posto dei rami scheletriti mise su una bella chioma di foglioline verdi. Un piccolo miracolo era avvenuto nel cortile. Ma in fondo nessuno ci fece caso, perché nessuno era interessato ad un albero rifiorito in un vaso in un cortile; anche i pochi viandanti inquisitori che notarono il cambiamento di certo non pensarono ad un miracolo, ma ad un loro errore di valutazione, e pur rallegrati continuarono il cammino.
Tuttoggi nessuno sa di preciso cosa sia avvenuto, e ci sono forti dubbi che dietro esista qualche morale. L’unica certezza è che l’albero secco rifiorito è ancora lì nel vaso nel suo maestoso e solare cortile di pietra, dove tutti possono vederlo, anche se ovviamente non si sa per quanto ancora.
Pubblicato da: verhojansk | 20 aprile 2009

Dal Mare al Firmamento con un solo sguardo

                    

 

Vorrei essere un gigante, per accarezzare il cielo con un dito.

Vorrei essere un gigante, per girare il mondo ed arrivare con due passi all’orizzonte.

Vorrei essere un gigante, per amare tutte le cose grandi che ci sono sulla terra. 

Vorrei essere un gigante, per dirlo e farmi sentire da tutti quanti:

che il cielo azzurro è troppo bello, che esistono le stelle, che il mare è senza confini,

che la notte e il giorno sono due lati dello stesso mondo.

Pubblicato da: verhojansk | 22 marzo 2009

One day I’ll fly away

                                                 

One day I’ll fly away

Leave all this to yesterday

Why live life from dream to dream

And dread the day when dreaming ends  

Pubblicato da: verhojansk | 16 febbraio 2009

Cronaca di una follia

L’altra sera non riuscivo a dormire. Forse avevo soltanto mangiato troppo, ma una strana pesantezza in petto e nello stomaco mi impedivano di cadere nel sonno, anche dopo qualche ora che mi rivoltavo sotto le coperte. Quando non riesci a dormire, non c’è verso, non puoi far altro che alzarti. Ho sbirciato fuori, il cielo era parzialmente nuvoloso, ma alcune stelle riuscivano a forare la coltre di nubi. Fu lì che avvertii una necessità impellente, da sfogare a qualsiasi costo, anche a quello di compiere una follia. Mi sono vestito alla meno peggio e sono uscito di casa, sbuffando per il freddo nuvole di condensa dalla bocca; la città era deserta nel cuore della notte, ma sapevo che nelle case c’era altra gente, pur nel sonno. No, non volevo spettatori. Così mi incamminai alla cieca, verso la fine di questa colossale ragnatela di cemento. Impiegai abbastanza ad arrivare, ma infine giunsi in campagna. Avrei voluto una collina, ma qui intorno è tutto piatto, così mi accontentai di un leggero rialto del terreno, in un campo fangoso, allagato dalle recenti piogge. Alzai la testa al cielo: adesso molte altre stelle si intravedevano da dietro le nubi, così alte, così irraggiungibili!
Urlai. Gridai con tutta l’aria nei miei polmoni, e gridai ancora, e ancora, fino a quando non mi rimase solo un respiro rauco. E poi urlai di nuovo, finché non mi venne da tossire per il fiatone. L’aria umida mi zuppava la faccia, il freddo mi attanagliava le ossa, le dita erano quasi congelate, ma avevo voglia di gridare, e basta. Tra non molto sarebbe giunta l’alba:
 

 

  
            

Pubblicato da: verhojansk | 10 febbraio 2009

Esistenza

“Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli di un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di dolore mi sono state assegnate. Se mi corico dico << Quando mi alzerò? >>. Si allungano le ombre e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. Ricoperta di vermi e croste è la mia carne, raggrinzita è la mia pelle e si disfà.
I miei giorni sono stati più veloci d’una spola, sono finiti senza speranza. Ricordati che un soffio è la mia vita, il mio occhio non rivedrà più il bene. […] “
tratto dal Libro di Giobbe
Pubblicato da: verhojansk | 16 ottobre 2008

La Caduta delle Stelle

 
"Piangerò finché avrò lacrime, ma non per Dio, bensì per Finn e i Fianna, che non vivono più." E’ l’ultimo lamento di Oisin, figlio di Finn ed ultimo dei Fianna, gli eroi mitici dell’antichità irlandese. E’ Il crepuscolo degli dei e degli eroi, ed il tramonto della sua civiltà. Quando non esisteranno più né dei né eroi a sorreggere il cielo, allora le stelle cadranno; un fuoco guizzante cadrà su di noi, e sulle nostre misere rovine. Il mondo non è giustizia, non è verità, è insieme male venato di rettitudine e bene intorbidito dal misfatto. Ma esiste il bene supremo ed assoluto, se non qui nelle strade puzzolenti e nella cupa miseria, nelle nostre menti, quando sospiriamo al cielo ed urliamo "Perché!". Cantate, dunque, chiunque di voi sia in potere di farlo, le gesta degli eroi! Cantate il trionfo della giustizia, gli ideali supremi di bontà e rettitudine, e tutto ciò che esiste di santo nel mondo! Quando le cetre degli aedi, le voci dei cantori e le penne dei poeti taceranno, dimentiche degli dei e degli eroi, allora essi moriranno, e sarà la fine della civiltà. La caduta delle stelle. Allora, ormai vecchi e stanchi, come Oisin, ci abbandoneremo nei campi spogli, a guardare il cielo vuoto, piangendo finché avremo lacrime sulle macerie della nostra civiltà.  
Pubblicato da: verhojansk | 13 ottobre 2008

Tempi di Decadenza

 
Laggiù in quella sterpaia ad ovest del mio villaggio, si trova un cumulo di rovine cadenti e muscose, quasi sepolte sotto la selvaggia vegetazione. I miei non desiderano che frequenti quel luogo, soprattutto quando si fa buio. E’ un luogo tetro, echeggiante di silenzio, se non per i rauchi versi dei corvi, dal sapore d’antichità e dimenticanza; il sole del tramonto, rosso e stanco, sembra voler indicare il tempo che ha travolto quelle rovine. E’ solitario e pericoloso, per questo non vogliono che ci vada. Ma un giorno ci sono andato comunque, insieme ad un amico del villaggio vicino, il quale, da quel poco che ci è concesso di mormorare per strada, mi pare sia molto più informato di me sulla storia di quel luogo romito. 
Dopo molto cammino tra edifici diroccati, ci siamo fermati ad un muro all’apparenza non diverso dagli altri. – Vedi – Iniziò a dirmi il mio amico – Questa una volta era l’Università: un luogo in cui tutti potevano andare per apprendere la conoscenza del mondo. – Dapprima pensai che volesse scherzare, poi vidi che era serio. Come era possibile che tutti potessero apprendere la conoscenza del mondo? Chiesi spiegazioni, ed allora mi raccontò che una volta il mondo era diverso: le persone si spostavano molto, potevano viaggiare da villaggio a villaggio in poche ore, si scambiavano informazioni a distanza senza usare carta ed inchiostro (come potevano farlo, non compresi, ma era per me motivo di incredulità). Per convincermi allora mi portò in un altro posto, dove mi invitò a cercare per terra tra i folti cespugli; iniziai ad estirpare le erbacce più per passare il tempo, ma poi vidi posati in terra pezzi di metallo lunghissimi! Si poteva scavare per molti passi, e ritrovare questi pezzi di metallo dritti, sembrava che non finissero mai. Il mio amico mi spiegò che una volta univano tutto il mondo, e che era possibile spostarsi rapidamente su essi con un mezzo chiamato treno. Se non gli credevo, potevo seguirli nell’erba alta quanto avessi voluto, tanto non ne avrei trovato la fine. Rimasi scioccato, e gli chiesi perché tutto fosse abbandonato. Rispose che non lo sapeva. A quanto gli aveva raccontato suo nonno (lui si che sembrava sapesse molte cose) una volta le persone vivevano in villaggi immensi e facevano tutte le cose che mi aveva raccontato. Poi erano venuti tempi di decadenza, e tutto era stato abbandonato. Qualcosa che era chiamato la caduta della civiltà, anche se onestamente non ne comprendeva il significato…
La decadenza. Il crollo di una civiltà. Chi li ha vissuti, chissà come si sentiva. Chissà come ci sentiremmo noi. L’inizio delle rovine.   
 
Essere sull’orlo di un baratro e non accorgersene, non sentire il profondo, oppure essere già in caduta libera, senza poter far nulla. Aiuto! Il Baratro!  
Pubblicato da: verhojansk | 15 aprile 2008

Orme

 
Impronte sull'asfalto (I)
 
Questa è la storia di un pomeriggio ventoso, e di uno sbadato cantoniere, che andava con il suo macinino sui monti a stampare le strisce d’asfalto sulle più remote e solitarie strade. Questa è la storia di una foglia, che si staccò dall’albero e cadde proprio sulla strada dello sbadato cantoniere…
 

Impronte sull'Asfalto (VI)

 
Ormai lo sbadato cantoniere è lontano. Della foglia non è rimasto nulla. Eppure sull’asfalto è rimasta la sua orma: un segno immortale, impresso un pomeriggio ventoso, ad uso e memoria nostra, per ricordarci, o chiederci, in mezzo a tanto confusione, chi siamo…
 
 

Impronte sull'Asfalto (VIII)

 
Ma basta con la metafisica. La silenziosa contemplazione di questi capolavori vale più di qualsiasi parola.
 
Pubblicato da: verhojansk | 1 aprile 2008

Un posto in Capo al Mondo

 
Un giorno Sir Cotenhele, al culmine della solitudine e della peregrinazione, arrivò in Capo al Mondo …
 
In capo al Mondo
 
 
Pubblicato da: verhojansk | 30 gennaio 2008

Fotografie

 
 
 
  Scarpa rotta in riva al mare               
   Foto 1: Scarpa rotta in riva al mare.
 
  The Cat is on the mat         
  Foto 2: The black cat is on the mat.
 
  Il traghetto in mezzo al mare          
  Foto 3: C’era una volta un piccolo naviglio…
              Bianco e trepido come un coniglio…
              Tutto solo e piccino in mezzo al mar…
 
Pubblicato da: verhojansk | 18 dicembre 2007

“Brevia”

 
Quanto tempo. Dal tempo delle castagne al tempo della neve: a Verhojansk in questi stessi giorni il sole non sorge neppure! Chissà come ci stanno? Non che saperlo, in effetti, mi cambierebbe la serata; ma si fa per scrivere qualcosa, nell’ultimo scorcio del 2007, qualcosa di “breve”, come dice il titolo. A tal “uopo” (si può dire?), ho riassunto le nubi sparse dei pensieri in questo modo:
 
Da stelle lontane, 
lontane galassie,
un eco profondo
accorato ci giunge;
da tanta immensità
d’azzurri cieli maestosi
un grido si irradia:
 
A questo punto potete completare a vostro piacimento, perché, per dirla con il solito latinorum, “Unum loquitur Omnia” ( tutte le cose dicono, rimandano ad una sola cosa ). […] ” da tanta immensità / d’azzurri cieli maestosi / un grido si irradia: / ecco, è Natale. […]
 
                       
 
Pubblicato da: verhojansk | 24 ottobre 2007

Viaggio a Verhojansk (III – Storia provvista di morale)

 
Il gelido vento autunnale fece scricchiolare le pareti in legno della mia isba, mentre, con il libro aperto alla pagina della storia precedente, arricciavo il naso, non riuscendo a cavarci alcunché. Che diavolo vuol dire? Stavo per gettare il libro in mezzo ai panni sporchi, per dedicarmi al tepore della mia stanza, quando una seconda storia mi saltò alla vista; un bombice? Proviamo a leggere: un bombice volava tranquillo in mezzo ad un prato deserto, sollazzandosi del sole e dei dolci effluvi dei fiori. Ad un certo punto, in mezzo a tanto tripudio di odori, sentì l’inconfondibile ed irresistibile odore di “bombikol”, il mitico feromone cui ogni bombice agogna incessantemente. A questo punto, dimentico del sole, del prato, dei fiori, si diresse bramoso in cerca della sua sorgente, con il seguente algoritmo di ricerca:
 
While ( sorgente ! trovata )
{ if ( odore di bombikol aumenta )
            then ( mantieni la direzione di volo )
            else ( cambia la rotta )
  endif }
endwhile.
 
Infine lo zelante bombice, seguendo pedissequamente i passi del suo algoritmo, riuscì a trovare la sorgente. Ed allora? Nulla, la storia finisce qua, non c’è scritto né cosa fosse sorgente, né cosa successe dopo. Queste storie sono odiose. Tuttavia la pagina dopo, in fondo, scritto minuscolo, c’era una “morale”: badate, oh uomini, più i vostri algoritmi saranno efficienti e più godrete, ma al contempo, più saranno infallibili, e più sarete scontenti.
Il vento fece scricchiolare gli assi legnosi delle pareti della mia isba, e sibilò gelidamente incuneandosi tra le fessure. Ancora una volta rimasi con il libro in mano, non sapendo se essere stupefatto od arrabbiato.
 
Pubblicato da: verhojansk | 13 settembre 2007

Viaggio a Verhojansk (I)

 
Forse ieri, nel vestire i panni dello storico da strapazzo, mi sono dilungato troppo, molti non saranno arrivati a leggere la fine: d’ora in avanti gli interventi saranno più brevi, a cominciare da questo, in cui le considerazioni storiche attuali lasceranno il posto alla fantasia. Quindi, a grande richiesta, ecco che vi presento il luogo delle future elucubrazioni: Verhojansk. Potete immaginare di arrivarci, a piedi od in jeep, per sentieri sconosciuti in mezzo alla taiga ed alla tundra, nella natura più selvaggia ed intatta, cercando di vedere qualche tigre siberiana, oppure qualche orso bruno, senza farsi sbranare ovviamente. Ma dato che il tragitto Roma – Verhojansk saranno suppergiù – lo dico ad occhio – ventimila chilometri, vi consiglierei di arrivarci in aereo, e lasciare in pace orsi e tigri …
Qui sotto c’è una foto satellitare del luogo: potete immaginare di incamminarvi in quella via deserta al centro, al buio e al freddo ( – 50 ° C ), in mezzo ad una nevaia gigantesca, se siete nel periodo di notte artica ( siamo oltre il circolo polare ), e di raggiungere una vostra calda abitazione. Non vi resta che sedervi comodi, sulla sedia a dondolo, di fronte al camino che scoppietta vivace ( rendiamo l’atmosfera romantica ), e lasciarvi sprofondare nei pensieri: ecco, Verhojansk appare come in un sogno, lontano, lontano… eppure così vicino, sempre più vicino, finché ogni ansia, ogni preoccupazione svaniscono, cedendo il posto alla calma solenne di quei posti lontani, dove regna silenziosa natura; ed ora una quieta nullità occupa i vostri pensieri…
(continuerà)
Pubblicato da: verhojansk | 11 settembre 2007

Inizio

 
Salve a tutti
Questo spazio è nato per caso: è così tanta la mia abilità con i computer che sono riuscito ad averlo senza accorgermene! A questo punto mi sono detto ‘Perché no?’, ed ecco che adesso anche io ho un sito internet.
Perché Verhojansk? Ho scelto questo nome principalmente perché non era ancora utilizzato, è originale, anche se non so per quanto lo rimarrà. In seconda istanza, che cosa è Verhojansk: è un posto sperduto in mezzo alle montagne della Siberia orientale, conosciuto anche come il polo del freddo, controllate pure su un atlante geografico. L’ho scelto proprio per la sua lontananza, la sua irraggiungibilità, per il fascino che soltanto queste mète possono avere, come luogo di ritiro, di fuga temporanea dalla realtà: un ‘locus mentis’, per dirla con il latinorum, dove essere in contatto con l’intero universo, e dove può trovare posto qualsiasi argomento ed ogni riflessione.
Avverto subito che non so quanto spesso potrò aggiornare queste carte, e mi scuso in anticipo con i pochi che capiteranno qui, per la semplicità, per non dire miseria, che potranno trovare. Ma del resto anche il mondo, pur nella sua infinita diversità, è in fondo semplice, e per questo bellissimo.
 
 

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